Storia (1 di 4)

Opere fondamentali di bonifica in Italia certamente risalgono alle civiltà preromane. Non sono pensabili senza di esse gli stanziamenti greci nei territori tirrenici e ionici del continente meridionale e della Sicilia, fiorenti già nell’ottavo secolo a.C.; e, nei medesimi tempi, la potenza etrusca nel Lazio, in Toscana e nella valle del Po. Poi l’opera di Roma di cui restano non poche vestigia: le sue strade, i suoi acquedotti, i suoi canali per prosciugare, fognare, irrigare; soprattutto la sua inconfondibile opera di colonizzazione.

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Ma – mentre non è da dimenticare che, nel periodo più fiorente di Roma, la popolazione d’Italia non superò probabilmente i 10-12 milioni – ricordiamo che già prima della fine della Repubblica Romana erano in decadimento i territori greci ed etruschi, con pianure litoranee invase da paludismo e malaria; che dopo l’età augustea tutta la penisola entrò in un periodo di decadimento economico, di concentramento della proprietà terriera, di impoverimento demografico; che poi dalla fine del terzo secolo d.C. si accelerò quel processo caratterizzato dall’abbandono di terre già coltivate, dall’estensione di vegetazione incolta (boschi, pascoli), dal disordine delle acque, dal flagello malarico, dalle rovine di città e dei loro scambi con le campagne; insomma dal ripreso dominio della natura sull’opera dell’uomo volta a imbrigliarla e piegarla ai suoi bisogni.

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – nel quinto o sesto secolo – l’Italia non contava probabilmente più di 5 o 6 milioni di abitanti.

In questo periodo di incertezza la popolazione più debole accorreva presso i grandi proprietari che, data la debolezza dell’autorità centrale, garantivano non solo le produzioni agricole, ma anche le elementari produzioni artigianali.

Nonostante questo, solo una parte delle terre del grande dominio fondiario era sottoposta a coltura: il resto era lasciato incolto, per uso comune di legna e pascolo da parte della popolazione.

Nei vastissimi patrimoni di chiese e monasteri si andò sviluppando un profondo rivolgimento del regime fondiario; gran parte della proprietà era frazionatamente concessa a contadini e tale concessione era regolata da svariati tipi di rapporti, ma tutti, più o meno, prevedenti l’obbligo del miglioramento della terra e la possibilità del godimento come diritto ereditabile ed alienabile.

A questo processo storico si affiancò il ripopolarsi di molte città ed il rifiorire di attività commerciali e artigiane: anche la terra ridiventò oggetto di commercio e, quindi, si risvegliò l’interesse al dissodamento che fu compiuto, in primo luogo, dai contadini che coltivarono e migliorarono le loro piccole terre con le modeste opere alla loro portata.

Non mancarono anche iniziative maggiori da parte di monasteri, vescovi, papi: S. Benedetto aveva insegnato “Ora et labora”.

Ricordiamo che a questo periodo risalgono, da parte dei monasteri benedettini, le prime opere di difesa idraulica in quel vastissimo territorio di paludi – o di lagune che interrandosi, diventavano paludi – che costituisce oggi la bassa Valle Padana; le iniziative papali prese per migliorare l’agro romano, dominato anch’esso da paludi e malaria.

L’attività bonificatrice – se da parte dei contadini era sempre prevalentemente rivolta a dissodare e piantare terre incolte – si estende talora da parte dei monasteri a maggiori opere idrauliche, per difesa dalle acque, per prosciugamento, per irrigazione.

Per fare alcuni esempi, l’utilizzazione irrigua nel XII sec., della Vettabbia di Milano, forse antico acquedotto romano, da parte dei monaci cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle, fu notevole; i monaci di Nonatola, di S. Benedetto in Polirone, di Pomposa, di S. Vitale, innalzarono argini, costruirono canali, prosciugarono terre e le ridussero a coltura.

Queste opere favorirono un processo di rifioritura commerciale che prese forza a poco a poco fino a sfociare nell’età comunale.

I Comuni videro nell’uso e nel miglioramento della terra la possibilità di maggiori produzioni nel contado e diedero quindi largo contributo alle opere di bonifica, anche perché alcune di esse si tramutarono in opere redditizie con la vendita dell’acqua.

Gli statuti dei grandi Comuni e delle Comunità rurali (organi pubblici e collettivi interessati al riscatto della terra) contengono numerosi capitoli riguardanti la regolazione e derivazione delle acque, la costruzione e manutenzione degli argini, dei ponti, delle strade, dei canali di prosciugamento o di irrigazione; essi rivelano altresì il nascere o rinascere di tutta una serie di norme volte a regolare i rapporti fra i singoli nell’opera di conquista, difesa, godimento delle terre e delle acque; a dare ad essa impulso, coordinamento, integrazione.

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